Ed ecco nuovamente che qui a Giovinazzo ci apprestiamo ad organizzare e vivere la più simpatica festa dell’anno durante la quale ognuno di noi rivive la semplicità e la genuinità di un tempo: la festa di San Antonio Abate. E’ una festa senza precetti, libera, spensierata che fa sentire bene come poche riescono a farlo. In questo articolo abbiamo voluto raccontarvi quella che è la tradizione e la storia della festa, per ripercorrere le origini di un evento che si tramanda da anni e che proprio per questo, acquista un valore inestimabile.

“San Antonio Abate lo si ricorda il 17 gennaio (nella foto di Giuseppe Depergola l’immagine del fuoco più grande, quello allestito in Piazza), ma qui a Giovinazzo i famosi fuochi o falò di S. Antonio sono organizzati la domenica successiva a tale data – ci spiega la dott.ssa Nunzia Stufano, guida turistica ed esperta delle tradizioni giovinazzesi –  . Giorni prima si assiste ad uno “strano” fenomeno: coloro che tornano dalla campagna, dopo aver svolto gli opportuni lavori, portano un carico di legna e ceppi che la mattina della “domenica di S. Antonio” ricompaiono qua e là nel paese e presso le piazze parrocchiali, accatastati l’uno sull’altro a formare grandi ed intricati cumuli di fascine sulla cui sommità viene inserito, in modo ben visibile, il “zippo” ovvero un bastone o una fronda posizionata verticalmente. Ed è proprio da ù zipp che si accende il falò nel primo pomeriggio così da assicurare in serata un rogo vivace quando i festeggiamenti giungono al culmine. Ecco che a far festa sono anche i 5 sensi: i colori caldi e rassicuranti delle fiamme sono uno spettacolo per la vista; l’olfatto, appagato dall’intenso ed inconfondibile profumo delle frasche scoppiettanti. Un profumo che diventa ben presto tutt’uno con quello più acre del vino novello, offerto a coloro che fanno visita al fuoco, e con l’odore stuzzicante delle crapiéte, fave e olive (le pasole maturate in acqua salata) cotte al calore del fuoco vivo dentro grosse pignet (recipienti in terracotta). E’ dunque la volta del gusto… e che gusto assaporare questo pasto popolare e nostrano condito con l’olio della recente spremitura. Per la gioia dell’udito poi a seconda dell’ubicazione del falò e di chi lo gestisce, si osserva un diverso accompagnamento musicale. Infine il tatto, le mani fredde, in una domenica invernale di gennaio…quasi a venir meno la sensibilità, presto rianimate dal calore delle fiamme. Nell’antica Roma – ci spiega Nunzia Stufano – la fine di gennaio era contrassegnata da ricorrenze e cerimonie atte a purificare gli uomini, gli animali e i campi, per propiziarsi gli dei affinché permettessero il regolare rinnovamento delle stagioni. Con i riti di passaggio, si salutava la fine ormai prossima dell’inverno e il ritorno delle giornate che iniziano ad allungarsi. Ecco dunque l’accensione di grandi falò atti a scatenare le forze positive utili, per sconfiggere il male e le malattie sempre in agguato. Con l’evangelizzazione cristiana, all’interno della nuova fede, per motivi pratici e diplomatici, furono inserite le usanze delle religioni precedenti e tra queste, i riti pagani e in particolare quelli celtici della benedizione dei campi sono così trasmigrati nel Cristianesimo. Ecco quindi la necessità di rappresentare tutto ciò nella figura di un santo, magari uno fra i personaggi chiave del Cristianesimo e la cui commemorazione cade proprio verso la fine di gennaio. Chi meglio dunque di S. Antonio Abate! Del pasto frugale consumato attorno al fuoco, le crapiéte (fave e olive), c’è da dire che possiede significati curiosi e molto antichi. La fava, avendo uno stelo privo di nodi, è stata da sempre considerata il mezzo più adatto per permettere ai morti di comunicare con il mondo dei vivi; pertanto presso le antiche civiltà (egiziana, greca e romana) venivano mangiate nelle cerimonie funebri poiché erano il simbolo della resurrezione dalla morte e rappresentavano il primo dono venuto da sottoterra dopo l’inverno, la prima offerta dei morti ai vivi. Anche l’oliva partecipa all’idea di rinnovamento col suo simbolismo di rigenerazione (vi ricordate nella Genesi la colomba di Noè che torna con un ramoscello d’olivo nel becco come segno della ripresa della vita?). Dunque tutto è in linea col rituale di passaggio allegro e propiziatorio, in cui il vecchio brucia, muore e si accoglie festosamente il nuovo. La festa di S. Antonio abate è la festa della terra alla quale, secondo l’osservanza dei nostri antenati, inconsciamente invitiamo anche le anime dei morti, le anime buone che abbiamo affidato proprio alla terra…esse si mescolano a noi e per il loro essere sotterranee e notturne, “appaiono” (nel senso che venivano raffigurate) artefatte, delle maschere e ha inizio il Carnevale tra balli, canti e musica, ecco perché si dice Sant’Andune, masckere e suune. Il frastuono di contorno ha però anche la delicata funzione di esorcizzare l’eventuale influenza malvagia che proprio nell’atto del passaggio può intrufolarsi per poi manifestarsi. Quando l’ora è ormai tarda e il fuoco è lì che si spegne, c’è poi l’uso di portare a casa qualche tizzone e un po’ di cenere, un gesto che si ripete da anni, quando un tempo era importante conservare acceso il focolare e si faceva il ceneraccio per il bucato settimanale. La cenere di un fuoco purificatorio che brucia i mali e le malattie è ritenuta  sacra e dunque indumenti lavati con essa divenivano “protetti”, portata in campagna e spolverizzata sui campi era beneaugurante per il coltivo… stessa cosa per il tizzone che alimentando e rinvigorendo le fiamme del focolare domestico assicurava la continuazione della sacralità del fuoco di Sant’Antonio in casa e per tutta la famiglia”

A breve vi aggiorneremo con il programma ufficiale che allieterà domenica 20 gennaio la città di Giovinazzo, un evento che ormai da anni attira numerosi visitatori.

Share This